Da Il Giornale del 21/7/08This is a featured page

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Riporto qui il testo con alcuni commenti in corsivo. di Matthias Pfaender Roma - Guai a chi tocca i privilegi dei baroni. Messaggio ufficiale: «In queste condizioni non sarà possibile dare inizio al prossimo anno accademico». Messaggio implicito: «Toccate i nostri soldi e noi blocchiamo tutto». Parla il Senato accademico de «La Sapienza» di Roma. Parla per tutti e promette battaglia contro la manovra finanziaria del governo. È la rivolta dei privilegiati, perché chi è pronto a scendere in piazza ha stipendi e contratti signorili, si siede su una cattedra e insegna, ascolta gli studenti e sceglie se promuovere o bocciare.
Questo è il mestiere di professore (a parte sedere SULLA cattedra). Cos'altro dovrebbe fare? Non giudicare gli studenti perché sono "clienti" e il cliente ha sempre ragione? Chi si fiderebbe a comprare una casa progettata da questi studenti? Qui si fa inoltre disinformazione voluta perché ci sono tanti diversi tipi di "professore": professori ordinari, associati e ricercatori. I professori (ordinari ed associati) sono tenuti a fare didattica E ricerca, i ricercatori a fare ricerca E, in parte, ausilio didattico; volendo possono chiedere di tenere, gratuitamente, dei corsi. Comunque la protesta è essenzialmente guidata dai ricercatori che come primo stipendio (per 3 anni) prendono 1200 Euro al mese.
E poi va all’incasso: tanti soldi per una mole di lavoro sorprendentemente bassa. Perché si lamenteranno che gli Atenei non funzionano, si metteranno a piangere per compensi che a loro sembrano bassi, ma che a scorrerli non sembrano niente male.

NON SI FATICA

Nel decreto del Presidente della Repubblica numero 382 del 1980, il testo di legge che da trent’anni disciplina il lavoro dei cattedratici, si legge che i professori ordinari a tempo determinato devono assicurare «la loro presenza per non meno di 250 ore annuali», e che, se a tempo pieno, sono tenuti anche «a garantire la loro presenza per non meno di altre 100 ore annuali (...) per l’assolvimento di compiti organizzativi interni». Calcolatrice alla mano, sarebbero la bellezza di ventinove ore al mese, meno di un’ora al giorno. Questo se i professori lavorassero, irrealmente, tutti i santi giorni dell’anno.
A parte che l'ultima legge che regola l'insegnamento universitario è della Moratti http://www.unifi.it/CMpro-v-p-2985.html (che chiede 120 ore di didattica frontale, almeno per i nuovi assunti), bisogna tenere presente che i professori (e soprattutto i ricercatori) sono tenuti a fare ricerca, per cui l'insegnamento è solo parte dei loro doveri. E poi non è che uno si alza la mattina, va in classe e insegna, le lezioni vanno preparate (anche se sicuramente ci sarà chi le fa fare ai ricercatori o non le prepara). Sorprende la mancanza di logica nell'ultima frase: se i professori non insegnassero (come ovviamente non fanno) tutti i santi giorni, il numero di ore giornaliere di insegnamento aumenterebbe, dato che il totale è lo stesso!!!

MENO DI 4 ORE AL GIORNO

A dare la giusta dimensione dell’impegno degli accademici ci ha pensato la Ragioneria generale dello Stato, che nel Conto annuale del personale, pubblicato a metà maggio di quest’anno sulla Gazzetta Ufficiale, ha ufficializzato il carico di lavoro giornaliero: tre ore e trentanove minuti, cinque giorni su sette. Sempre poco: soprattutto considerando che queste ore non sono tutte dedicate all’insegnamento, ma anche alle sessioni d’esame, alle partecipazioni alle commissioni di laurea e al ricevimento degli studenti.
E con questo? nel settore privato, che io conosco per averci lavorato (informatica), si passa un buon 50 percento del tempo a fare rapporti, riunioni, rendiconti e cose completamente inutili (dal punto di vista della produttività), ma che servono a "confezionare" il prodotto. Ovviamente viene considerato tempo di lavoro. Senza contare i mestieri completamente inutili dal punto di vista della produzione, tipo pubblicitari, bancari, avvocati, ecc.
C’è chi dice che il lavoro intellettivo non può essere cronometrato e ingabbiato in schemi fissi. Vero. Resta però il fatto che gran parte delle persone in solo tre giorni (chi addirittura in due) lavora l’equivalente delle ore che un professore affronta in un mese.
Tre ore e trentanove minuti per 20 giorni lavorativi in un mese fanno circa 73 ore, difficile farle in due o tre giorni.... Forse si riferisce alle pure ore di lezione. Sfiderei volentieri lo scrivente a insegnare (frontalmente) più di quattro ore al giorno, e soprattutto a preparare le lezioni nei "ritagli di tempo".
I dati pubblicati dalla Ragioneria hanno fatto scalpore, tanto che il Sole24Ore ha dedicato un articolo approfondito sul tema; e, se ai rapporti statali hanno preferito fare orecchie da mercante, all’accusa della stampa i professori si sono scatenati. Duecentoquaranta ordinari, appartenenti a quindici atenei italiani, hanno affidato il loro sdegno a un documento redatto dalla professoressa Lilla Maria Crisafulli, docente di storia e lingue inglese a Bologna: «Se ovunque - si legge - specie all’università, la qualità dovrebbe prevalere sulla quantità, in realtà non basterebbero neppure le 24 ore giornaliere per tener testa a quello che la coscienza del docente e l’immaginazione e curiosità del ricercatore che è in ognuno di noi ci spingono a fare, per l’evoluzione scientifica dei nostri studenti e l’aggiornamento e approfondimento delle conoscenze nei nostri settori disciplinari».
Come ho già detto, il professore è tenuto a fare ricerca, il che vuol dire anche aggiornamento. Normalmente dovrebbe essere la metà del tempo, il che torna più o meno con la misurazione. Se poi vogliamo entrare del merito (cosa che sarebbe stragiusto fare) e cominciare a vedere chi lavora solo per l'università e chi ha lo studio, chi fa veramente ricerca e chi no, chi fa una buona didattica e chi manda i dittorandi a fare lezione (o non la fa affatto), sono completamente d'accordo (come del resto in qualsiasi altro ambiente pubblico o privato), ma qui invece si preferisce fare un discorso generico e, soprattutto, sbagliato, tanto per dare addosso all'università.
Sorvolando sul fatto che per tutte le altre figure professionali la giornata lavorativa si adatta alle ore scritte nere su bianco sui contratti di assunzione, la domanda è spontanea: quanto rende essere titolari di una cattedra? Poco, se rapportato alle 24 ore di impegno intellettivo che i professori rivendicano. Decisamente tanto, se riferito a quello che effettivamente la legge chiede loro.
Lo scrivente, che forse non è mai stato in una università, almeno quelle scientifiche, non si rende conto che l'università non è un'azienda, i professori non sono commessi, e gli studenti non sono clienti. Tanto per cominciare, l'università (finora) è pubblica, finanziata dalle tasse di tutti perché si pensa che il progresso scientifico vada a beneficio dell'intera nazione. Gli studenti non sono clienti: infatti partecipano al consiglio di facoltà, di amministrazione, ecc. così come fanno professori e ricercatori. L'orario di lavoro e il mansionario è volutamente poco definito, perché non è possibile ingabbiare ricerca ed insegnamento. Neanche le università private lo fanno. Questo vuol dire che gran parte del lavoro di professori e ricercatori è "volontario". Comunque, se uno si adattasse a quello che c'è scritto sul contratto (cosa che noi ricercatori stiamo facendo per protesta) per i professori sarebbero solo 250 ore all'anno, per noi ricercatori qualche decina di ore di esercitazione e un po' di ricerca... La logica non è il forte dell'autore.

L’AUMENTO AUTOMATICO

Nelle tabelle delle retribuzioni dei professori ordinari del 2008, si può toccare con mano cosa vuol dire l’avanzamento dell’anzianità di servizio all’interno delle facoltà: appena entrato nell’alma mater, un professore ordinario percepisce 4.373 euro lordi al mese. Dopo 28 anni di lavoro, gli euro sono diventati 8221,39. Prendiamo di nuovo in mano la calcolatrice e scopriamo che un’ora di lavoro di professore ordinario a tempo pieno al quattordicesimo scatto d’anzianità vale 283,49 euro. Roba da competere con i top manager delle multinazionali più grandi dal mondo. Senza però sobbarcarsi lo stress di un manager. Nelle università italiane, come nel resto della pubblica amministrazione, basta aspettare, e il tempo farà da solo: l’incedere delle lancette dell’orologio equivale sempre a un aumento di soldi. A prescindere dal lavoro prodotto. Non stupisce quindi il fatto di avere in Italia uno dei corpi docenti più vecchio del mondo: solo il 15 per cento dei dirigenti, l’otto per cento dei professori associati e l’uno per cento dei professori ordinari ha meno di quarant’anni.
Supponiamo di essere tutti dei geni, e che ci siano concorsi disponibili. Uno si laurea a 24 anni, più tre di dottorato (a 800-1000 E al mese) fanno 27, più un paio di post-doc (in italia sono 18.000 E l'anno) e siamo a 29. Vince quindi un concorso da ricercatore (1200 E al mese per i rimi tre anni, poi si passa a 1500 e si sale fino a quasi 2000 con una anzianità nel ruolo di 10 anni). Dopo un tre anni (caso rarissimo) si vince un posto da associato, lo stipendio lordo per i primi tre anni è di 40.000 E all'anno -- quasi la metà va in tasse) e siamo a 32 anni. Diciamo che a 35 (quasi impossibile) si passa ordinario (anzi, straordinario per i primi tre anni), con uno stipendio lordo di 54.000 E. Le voci stipendiali si possono verificare su http://www.unifi.it/CMpro-v-p-2862.html Questa è sola maniera di accumulare 28 anni di anzianità nel ruolo di ordinario, ma ovviamente se tutti facessero così sarebbe difficilissimo incontrare un ricercatore o un associato (contando gli anni passati nei ruoli il rapporto è di 1 a 10). Evidentemente non è questo il caso tipico. E infatti, con la solita mancanza di logica, anche l'autore lo dice: è difficile incontrare un ordinario con meno di 40 anni (e andando in pensione a 65 non potrà raggiungere i 28 anni di anzianità), e lo stesso per associati e ricercatori. Sono d'accordo che lo stipendio dovrebbe essere legato alla produttività, e non solo all'anzianità, ma chi sarebbe delegato a giudicare la produttività? Se fossero i professori ordinari che sono i "dirigenti" universitari, si ritornerebbe al peggior baronaggio. Ci vorrebbero dei comitati di pari internazionali, come avviene per i progetti europei. Ma anche in questo caso, non si capisce la logica della conclusione dell'articolo: se lo stipendio fosse legato al risultato il corpo docente sarebbe più giovane? forse qualche ordinario si licenzierebbe per andare a lavorare da qualche altra parte? -

- FrancoBagnoli - 24 Lug 2008


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