di Sandro Rogari Intervento al consiglio comunale aperto
I guai che vengono da lontano
La crisi dell’Università italiana si è aggravata negli ultimi tempi, ma viene di lontano. Viene dalle conseguenze del ’68. Non perché allora l’Università non andasse riformata. Ma perché non fu fatto. Tutto ciò che i governanti di allora hanno saputo fare per rispondere alle richieste di milioni di giovani diplomati che premevano per accedere agli studi universitari fu di aprire gli accessi a tutti i diplomati. Siamo nel 1969, non propriamente ieri. Il provvedimento era necessario perché rispondeva all’esigenza di un’istruzione superiore diffusa di una società industriale. Ma non poteva essere preso come unico provvedimento di adattamento alla nuova domanda. Fu pura demagogia. Infatti, mancò per altri undici anni, fino al 1980, la riforma dello stato giuridico dei docenti, mentre le figure dei precari si moltiplicavano. Comunque, per restare alla docenza, quando arrivò la 382/1980 era tardi. I buoi erano già scappati dalla stalla. I sistemi di selezione erano stati sconvolti per non dire azzerati (vedi la morte della tanto deprecata, allora, e poi tanto rimpianta libera docenza) e le nuove figure giuridiche create dalla legge del 1980, ossia il ricercatore e il professore associato, furono per un altro decennio o quasi un contenitore utile a sistemare figure diverse di precari che ormai erano entrati nelle aule universitarie, che non erano più di giovane età e che rivendicavano a gran voce la stabilizzazione, ossia il ruolo. Che puntualmente arrivò quasi per tutti, perché la procedura inventata dalla legge, ossia il giudizio di idoneità a numero aperto, era il migliore sistema per non negare il posto quasi a nessuno. Questo magari, se i politici hanno voglia di fare tesoro dell’esperienza passata, potrebbe essere preso a memento per la riforma dei concorsi. Bella cosa l’idoneità nazionale che sostituisca il localismo dei corsi, ma se non si combina col numero chiuso è tempo perso e darà risultati pessimi. Passeranno tutti o quasi e non ci sarà vera selezione. Poi mancò un ripensamento sul fatto, ovvio, che se l’Università doveva essere di massa, come doveva, dovevano anche essere pensate le scuole d’elite. La richiesta di professionalità e competenze alte, per le funzioni pubbliche come per quelle private, era un fatto altrettanto ineludibile. Non se ne parlò neanche. Immaginate nell’Italia degli anni ’70, con l’egualitarismo trionfante, parlare di scuole per pochi meritevoli? Qualcuno che si azzardò a dire che il paese aveva bisogno anche di selezionare alte competenze, come accadeva nei grandi paesi industriali, di qua e di là dell’Atlantico, fu tacciato da bieco reazionario difensore di oscuri privilegi di classe della borghesia impenitente. Se il dirigente doveva guadagnare come l’operaio e il professore come l’impiegato, figurarsi se si poteva parlare di selezione per pochi, anche se rigorosamente per meriti. Così è iniziata la lunga deriva al ribasso. Intendiamoci, i rimedi all’italiana ci sono stati. Qualche scuola e qualche Facoltà ha cercato di tenere botta, sostenute dalle antiche tradizioni. Ma è mancato un programma e una politica organica perché andavano contro agli idola tribus di quella stagione. E le conseguenze ce le portiamo dietro. Ancor oggi non si può pensare ad una Università cui ci si iscrive perché si frequenta facendo il mestiere per il quale si è fatto domanda, ossia lo studente. La frequenza continua a non essere obbligatoria nella maggioranza dei corsi: retaggio post sessantottino che pare essere inamovibile.
La finzione dell’autonomia
Ma per non dilungarci troppo, arriviamo a tempi più vicini a noi. Partiamo dagli anni ’90, dall’introduzione dell’autonomia delle Università. Semplificando e tenendo presente che si trattava dell’applicazione tardiva di un dettato costituzionale, l’autonomia significò che le Università avrebbero ricevuto una dotazione annua comprensiva di tutte le spese di gestione. Gli stipendi al personale, docente e tecnico amministrativo, non sarebbero più stati pagati dal Tesoro, bensì dall’amministrazione della singola Università beneficiaria del Fondo di dotazione ordinaria. Nel 1993 fu fatta la fotografia dell’organico e venne conferita dallo stato un’assegnazione corrispondente. In realtà, nel momento in cui le Università fotografavano l’organico per consolidare la dotazione agli occhi del Tesoro, questo diveniva virtuale. Perché da allora in poi le Università avrebbero potuto gestirselo come volevano. Finiva la prassi di fare il solco nei corridoi del ministero per avere un posto in più. Le Università e quasi sempre, di fatto, le Facoltà avrebbero gestito in autonomia il proprio organico. Un professore andava in pensione? Bene si poteva rimpiazzare ovvero sopprimere il posto per crearne un altro in altro settore, in autonomia. In astratto, era introdotto un sistema molto più flessibile ed elastico, oltre che molto più rispondente alle esigenze mutevoli della ricerca scientifica. In concreto, era un sistema che trasferiva una grossa fetta di responsabilità alle Università nell’amministrare se stesse, ma non trasferiva i corollari dell’autonomia. Ossia la capacità di competere nell’offerta, ma anche nella domanda, ossia di mettersi in concorrenza e di programmare le proprie politiche a medio/lungo termine. Perché, di anno in anno, lo stato trasferiva una somma che, in teoria, avrebbe dovuto essere aggiornata sulla base degli oneri maggiorati degli stipendi e dei costi inflazionati degli altri servizi. Gli stipendi, infatti, e relativi aumenti venivano decisi al centro, ossia dal governo o, su base contrattuale, per il personale tecnico amministrativo, e alle Università non restava che aspettare che il fondo annuale venisse adeguato.
La crisi finanziaria
Finché questo è avvenuto, le Università hanno potuto presentare bilanci in pareggio ed anche in surplus. Poi dal 2001 il meccanismo si è rotto. La crisi crescente della finanza pubblica, complice l’euro (senza avercela con l’euro, sia chiaro, che era una scelta obbligata per l’Italia), ha avuto tante conseguenze fra le quali lasciare le Università dentro un’autonomia (monca) che non era più un beneficio, ma una camicia di Nesso. Gli aumenti stipendiali del personale correvano, i costi dei servizi aumentavano, ma la dotazione restava al palo. Anche perché i nostri governanti hanno pensato bene di moltiplicare le sedi universitarie. Quando è stata introdotta l’autonomia le Università erano poco più di quaranta. Oggi sono più che raddoppiate e la torta da distribuire è sempre la stessa. Conseguenza: nuove Università nate spesso solo per soddisfare le esigenze clientelari di qualche politico e delle quali lascio immaginare il livello e la qualità della formazione erogata hanno drenato risorse sottraendole alle Università maggiori e di antica tradizione sulle quali fa leva la capacità del paese di formare professionisti e ricercatori di livello. Così siamo andati avanti di anno in anno, sempre con la speranza che l’anno dopo il governo avrebbe riconosciuto che la situazione non era sostenibile e che avrebbe coperto almeno gli oneri maggiorati per gli aumenti stipendiali, per restare sempre delusi e tirare sempre di più la cinghia. Insomma, il sistema era cambiato, ma solo a metà, o anche meno della metà e la parte mezza vuota del bicchiere prevaleva su quella mezza piena. In un sistema universitario veramente autonomo le singole Università sono in competizione vera. La più prestigiosa attira più fondi per la ricerca da privati perché ha i ricercatori migliori. Questi sono meglio retribuiti perché le famiglie sono disposte a pagare contributi universitari più alti perché la figlia o il figlio prenda il titolo di studio in una Università di prestigio, piuttosto che in una di seconda o terza categoria. E la laurea conseguita non ha valore giuridico, ma è apprezzata perché è conferita da una Università rinomata che tiene fede alla propria fama. Questa è la vera autonomia. Ma figurarsi! Siamo riusciti nel capolavoro di un’autonomia che non è autonomia perché tutto si decide al centro, mentre la povera Università è una cirenea che si deve assumere tutti gli oneri, oltre che tutte le colpe, senza potere muovere praticamente niente. In questo sono comprese le tasse universitarie perché, comunque, non possono essere aumentate oltre la soglia del 20% del Fondo di dotazione. In parole povere, il centro, ossia il governo decide gli aumenti, cioè quanto l’Università deve spendere per gli stipendi, decide quanto dare alle Università e decide anche quanto può incassare di contributi studenteschi. Allora, nella cosiddetta autonomia, l’Università che decide? Quasi nulla. Per lo più subisce. Decide se attivare un posto di ricercatore o di professore in un settore piuttosto che in un altro, e poco più. Ma anche questa autonomia si sta esaurendo in assenza di risorse. Comunque, manca la sostanza dell’autonomia: la capacità di competere nell’offerta e nella domanda e la possibilità di sviluppare politiche di vera programmazione pluriennale su progetti di sviluppo.
I concorsi localistici
Poi, siccome il detto “piove governo ladro” non ha fondamento, ma è vero che il ceto politico intanto che costruiva questo ircocervo che lo deresponsabilizzava riusciva ad inventare un ulteriore motivo di affossamento dell’Università, nel ’98 è arrivata la nuova normativa dei concorsi. Si scopre candidamente che da ben sei anni, dal ’92, concorsi di professore, associato e ordinario, non se ne fanno. C’era da costruire l’autonomia, si diceva; le Università dovevano fare i nuovi statuti e poi i concorsi centralistici banditi dal ministero, quelli della 382/1980, non andavano più bene. Risparmio al lettore l’infinita serie di interventi, proposte, chiose, postille, aggiunte e comparazioni con riferimento ai più strampalati esempi di sistemi concorsuali di altri paesi che hanno affollato le colonne della stampa quotidiana e periodica negli anni ’90. Il tutto condito col tradizionale provincialismo italico del come sono bravi loro e come siamo arretrati noi. Arrivo al risultato finale che sintetizzo così: i concorsi sarebbero stati banditi dalle singole università; le commissioni sarebbero state formate su base puramente elettiva e gli idonei abilitati sarebbero stati tre per le prime tornate concorsuali, poi due, anche se il posto bandito era uno. Le Università avevano la possibilità di non chiamare a coprire il posto se fra gli idonei non c’era nessuno con un profilo scientifico/didattico coerente con le esigenze della Facoltà. In chiaro, se non c’era nessun idoneo gradito. Bastava la fantasia di un bambino per immaginare cosa sarebbe successo. Intanto che le commissioni sarebbero state il frutto dello scambio di favori fra i professori: io faccio idoneo il tuo allievo e tu fai idoneo il mio. E’ inutile scandalizzarsi. Con questo sistema, l’idoneità è a portata di mano e le pressioni interne degli allievi, ricercatori e associati, sugli ordinari diventano irresistibili, per il semplice motivo che l’ordinario deve difendere la bandiera della propria scuola e se vanno avanti gli allievi degli altri debbono andare avanti anche i suoi allievi. Poi perché, quale che sia il suo pensiero, nei fatti l’ordinario con i suoi allievi ci vive e ci lavora tutti i giorni. Non è proprio nelle condizioni migliori per dire ai propri collaboratori che non meritano la promozione. Voglia o non voglia, si deve dare da fare per promuoverli. La stampa e l’opinione pubblica gridano a gran voce: non siete virtuosi, siete clientelari o peggio. Ma si dimentica il principio fondante del costituzionalismo moderno: le garanzie legislative servono per impedire gli abusi di potere. Se la norma è fatta apposta per favorirli non si può chiedere a chi di essa si deve avvalere di essere virtuoso. E’ come chiedere di restare santo mentre si viene tentati. Ci si può anche riuscire, ma non vedo a che titolo si chieda ai professori di essere santi. Detto ciò, con questi concorsi il bravo e meritevole passa, ma col seguito della zavorra che avrebbe dovuto rimanere al palo. Ma i guai non sono finiti. Pensiamo ai numeri. Ogni concorso produceva prima tre idonei, poi due. L’ordinario virtuoso (ce ne sono in giro, checché se ne pensi) riesce a fare promuovere l’allievo bravo. Ma poi dietro s’infila anche qualcun altro come secondo idoneo che avrebbe dovuto studiare e produrre qualcosa di scientificamente valido per meritare la promozione. Che si fa? Lo si lascia al palo facendogli scadere l’idoneità senza chiamarlo, quando una commissione ha stabilito che merita l’avanzamento di carriera? In astratto, è possibile. In concreto, la pressione dell’idoneo sull’ordinario (che ci deve convivere con quell’idoneo) perché interceda e sul preside e sul rettore perché provvedano diviene irresistibile. E con buona ragione degli interessati che l’idoneità l’hanno ottenuta e capita anche che siano bravi. Se poi questa è il prodotto di un sistema sballato, di chi la colpa? A che titolo negare all’idoneo la chiamata se con l’autonomia le Università possono attivare posti nuovi? Ecco perché le Università ci hanno messo del loro nel fare lievitare i costi del personale, facendo aumentare il numero e la posizione giuridica dei professori. Chi più e chi meno. Ma mi si conceda che è una responsabilità veniale, indiretta e residuale rispetto alla grave responsabilità di un ceto politico (fatto anche di professori che sapevano bene dove si andava a parare) che ha introdotto questi meravigliosi marchingegni. Dico genericamente ceto politico perché chi ha avuto la pazienza di seguirmi fino a qui ed ha collegato le date delle norme con i governi in carica si è accordo che nella chiamata di correo ci stanno a pari merito le maggioranze di centro destra e quelle di centro sinistra e relativi ministri che si sono susseguiti.
La riforma didattica
Veniamo alla didattica. Anche su questo terreno i guai creati dal legislatore non sono stati pochi. Col DM 509/1999 è stato completamente riformato il sistema dell’istruzione universitaria. Col DM 270/2004 è stato ulteriormente aggiustato. Quasi tutte le Università sono partite con la nuova formula del 3+2, ossia del corso che conferisce il titolo di laurea triennale seguito, per chi vuole, dalla laurea specialistica, nell’anno accademico 2001-2002. Ora lo stiamo rivedendo. L’Università di Firenze è fra le poche in Italia che, a partire dall’anno accademico 2008-2009, ha riformato la quasi totalità della propria offerta formativa per superare le storture del sistema. Quali? Il discorso sarebbe lungo, ma cerchiamo di focalizzare le questioni chiave. Partendo da una premessa: la riforma era necessaria. Anzitutto, perché il fenomeno dei fuori corso era diventato endemico, mentre ora si è drasticamente abbassato e questo è stato l’aspetto positivo della riforma. Come dicevo in apertura, l’Università continuava ad essere, con poche correzioni, quella di Gentile, almeno nell’organizzazione della didattica, nonostante la 382/1980, mentre il servizio erogato non era più per pochi eletti, bensì per milioni di studenti. Quindi si doveva riformare. I guai sono sorti perché si è preferito rivoluzionare invece di riformare, ossia invece di aggiustare e rettificare il tiro sulla base di un impianto che non doveva essere liquidato, come è stato fatto. Le rivoluzioni hanno il brutto vizio di buttare via il bambino con l’acqua sporca, come puntualmente è avvenuto e ne abbiamo pagato lo scotto. C’è stato un eccesso di esprit de système nel cambiamento. Questi i dettami del legislatore. Tutti i corsi di primo livello, salvo quelli a ciclo unico, dovevano essere triennali. Tutti i corsi triennali dovevano rispondere contemporaneamente ad obiettivi formativi e professionalizzanti perché dovevano essere un ciclo potenzialmente esaustivo. La laurea specialistica, ossia il biennio che segue al triennio, doveva essere per pochi. Tutti i corsi di studio, triennali compresi, dovevano attivare rapporti organici con il mondo del lavoro. Insomma, il sistema è stato riformato al motto che i corsi debbono essere tutti uguali, nella durata e negli obiettivi. Così un corso triennale di filosofia, per definizione eminentemente formativo, doveva essere architettato come un corso di servizio sociale, ex diploma universitario divenuto corso di laurea triennale, che per definizione è altamente professionalizzante, tanto per fare un esempio. A forzare dentro la gabbia dell’uguaglianza i diversi, che non per questo stanno in una scala gerarchica di superiori e inferiori, ma semplicemente rispondono ad esigenze e aspettative differenti, si combinano guai. Purtroppo è consuetudine confondere l’uguaglianza con il rispetto della diversità e della pari dignità. Le conseguenze sono state sempre negative. Nello specifico sono nati ibridi che accumulavano contraddizioni interne. Poi i professori ci hanno messo del loro con la moltiplicazione dei corsi che, in teoria, dovevano rispondere alle infinite sfaccettature e richieste del mondo del lavoro e, talora, rispondevano solo alle esigenze dei potentati interni all’Università; con la moltiplicazione degli esami per soddisfare professori, spesso improvvisati, in contraddizione col fine che si voleva raggiungere, ossia ridurre i fuori corso (anche se, come dicevo, nonostante tutto, questo obiettivo è stato in parte raggiunto); con la lotta sui crediti per esame perché più erano numerosi e più l’insegnamento e quindi il professore erano importanti e via dicendo. Anche questa volta la norma ha alimentato le debolezze umane invece di contenerle, anche se, in questo caso, le responsabilità della classe docente sono state maggiori. Ora abbiamo cercato di rimediare. Speriamo bene.
La morte annunciata dell’Università pubblica: il DL 25 giugno 2008, n. 112
Ora arriva il bello, dulcis in fundo. Il DL 25 giugno 2008 n. 112 testé convertito in legge dà l’ultimo colpo all’Università pubblica e questa volta può essere mortale. Lo spirito e gli intenti del provvedimento sono volti ad effettuare risparmi drastici sulla spesa pubblica, soprattutto grazie alla riduzione del personale: 36 miliardi in tre anni. Per l’Università vale la regola che per assumere due persone, a qualsiasi livello o ruolo, ne debbono essere uscite dieci. Si badi bene, nemmeno un ricercatore a fronte di un ordinario che va in pensione e che costa all’Università tre volte tanto. Non contano le risorse liberate, contano i numeri. Prima conseguenza: si uccide una generazione di giovani bravi che per vedere riconosciuto il loro merito scientifico e lavorare nella ricerca dovranno espatriare. Col risultato che la ricerca italiana, che già è da sempre sottofinanziata, perderà le risorse umane migliori ancor più di quanto non accada ora. Seconda conseguenza: le Università saranno poste di fronte al dilemma, per quei due posti su dieci: o immetto un giovane o promuovo un ricercatore o associato in carica. Pensate che le Università potranno continuare a lungo a resistere alla pressione degli interni che aspirano, spesso giustamente, ad avanzamenti di carriera? Allora si torna al punto. Ben difficilmente le Università utilizzeranno quei due posti su dieci per giovani esterni, perpetuando il male degli anni passati del favore dato alle promozioni interne. Ma non è finita qui. Il peggio viene ora. Contestualmente la legge prevede la progressiva riduzione del Fondo di finanziamento ordinario alle Università: dell’1% nel 2009 per salire fino al 7% del Fondo attuale nel 2013. Come dicevo prima, questo comporta anche, a cascata, la riduzione dei contributi studenteschi che non possono superare il 20% del Fondo conferito all’Università. Se facciamo un po’ di conti e sommiamo la riduzione della dotazione, la riduzione del gettito delle tasse universitarie e l’aumento presunto dei costi (personale, manutenzione, servizi e altro) vale la ragionevole previsione che nei cinque anni che ci dividono dal 2013 il sistema universitario nazionale perderà circa il 40% delle risorse disponibili. E sto basso, presupponendo che l’inflazione non superi il 4% annuo. In parole povere, è come dire: oggi il sistema è sottofinanziato e in affanno; allora nei prossimi anni ti sottofinanzio ulteriormente fino a strangolarti. Nel 2007, diciannove Università avevano sforato la soglia del 90% della dotazione ordinaria per pagare gli stipendi. Nel 2008 il numero delle Università che hanno superato questa soglia del 90% sono salite a 30. Questo è avvenuto prima dei tagli del decreto del 25 giugno. Ciò fa prevedere che nel 2013 e anche prima tutte le Università avranno sforato la soglia e saranno al collasso, salvo forse qualche piccolissima, di recente istituzione, e qualche Politecnico che, avendo poco personale, riusciranno a sopravvivere. Quale il rimedio proposto dal decreto? Che le Università si trasformino in Fondazioni. E’ un modo di dire: lo stato non ha i soldi per mantenervi e quindi trovate le risorse presso la società civile, fatevele dare dai privati. Ma non funziona. Premetto, anzitutto, che il sistema dell’Università pubblica nella quale ci siamo formati ed abbiamo operato e che dall’unità nazionale ha svolto egregiamente i propri compiti in condizioni spesso difficili non si liquida con un comma di un articolo di un decreto finanziario. E’ una questione fondamentale e di enorme portata per il paese che deve essere affrontata con i dovuti riguardi e approfondimenti, ponderandone tutte le conseguenze, soprattutto sostanziali, e non semplicemente con uno scarico di responsabilità del potere politico. Semmai si deve partire da una riflessione sul servizio pubblico erogato dalle Università, sulle relative ricadute sullaulleriflessionebblico erogato dalle Università e delle relativedei contributi studenteschi che non possono superare il 20% del società civile e sulle sue potenzialità di progresso civile, scientifico e tecnologico del paese. Ma a parte questa premessa, che a me pare fondamentale, la soluzione della Fondazione non funziona per svariati motivi. I seguenti, soprattutto. Primo: si tratterebbe di una riforma radicale del sistema universitario che, pur volendo raggiungere l’obiettivo del forte finanziamento esterno, richiede in premessa il risanamento con risorse pubbliche. Un corpo al collasso finanziario non può affrontare una grande trasformazione, come dimostra l’esperienza francese che ha previsto il rifinanziamento a suon di miliardi di euro prima di avviare il percorso di riforma. Continuare a pensare di fare colossali riforme a costo zero è un vezzo dei politici italiani (di tutte le maggioranze), ma non corrisponde alla realtà delle cose. Di fatto, si dice al malato che è già attaccato alla maschera di ossigeno, te la tolgo e te la fai dare da qualcun altro. Nel frattempo il malato muore e l’ossigeno non serve più. Secondo: nella cultura diffusa nella società civile italiana e, nello specifico, di quanti in essa sono detentori di risorse finanziarie che possono imboccare la via del finanziamento dell’Università (Fondazioni bancarie, Camere di Commercio, singole imprese) l’Università svolge un servizio pubblico e come tale deve essere sostenuto dalla finanza pubblica. Personalmente condivido questa considerazione. Ma, prescindendo dalle valutazioni personali, dobbiamo prendere atto che non è diffusa nella società italiana la mentalità che l’Università debba essere sostenuta come sistema, con tutte le sue implicazioni e quindi anche i costi di gestione ordinaria, dai privati. Finanza e impresa possono finanziare, più o meno generosamente, specifici progetti di ricerca, soprattutto se rientrarono nel loro campo d’interesse e/o negli ambiti previsti dai rispettivi statuti. Ma non hanno alcuna disponibilità a cofinanziare i costi del sistema. Non lo considerano affare loro e per molti non sarebbe neppure possibile in termini statutari. Non si può trasferire un modello americano dove la tradizione e la mentalità sono del tutto diverse solo mettendo in decreto che i finanziamenti saranno detassati. Non basta. Terzo: mi permetto di entrare nel merito. La formazione e la ricerca debbono svolgersi a 360° per rispondere alle esigenze generali di progresso del paese. A questo serve il modello di Università generalista dove si fa ricerca umanistica e biomedica; ricerca scientifica, tecnologica e nelle scienze sociali. Lo stesso vale per i processi formativi che non possono essere orientati solo sui versanti scientifici e tecnologici senza occuparsi della formazione di giovani che sappiano comprendere i problemi del mondo contemporaneo, ovvero avere consapevolezza della tradizione storica e letteraria del proprio paese, tanto per fare un paio di esempi. Ma questo “interesse generale” per definizione può essere percepito e sostenuto dallo stato, non dal singolo, banca o azienda che sia, che per definizione risponde a interessi particolari o di settore o semplicemente ai detentori del capitale sociale. Questo è il motivo per cui, di fondo, il processo delle privatizzazioni se risponde a necessità e talora ad opportunità nelle attività economiche sarebbe non risolutivo della crisi oltre che deleterio sul versante delle Università. Qualche proposta Per giungere ad una conclusione e per rispondere al principio aureo che, se si critica, bisogna anche proporre in positivo, avanzo qualche suggerimento. Prima soluzione: mi piace meno, ma ha una sua coerenza. Il governo chiude la partita dell’autonomia che autonomia non è; fa riassumere al Tesoro l’onere degli stipendi universitari e al ministero della Pubblica Istruzione la gestione dei ruoli. Com’è stato fino a quindici anni fa. Tutta l’operazione andrebbe contro la riorganizzazione federale dello stato in atto e ancor più contro il principio del federalismo fiscale, ma almeno servirebbe ad uscire dall’ipocrisia di un’autonomia dichiarata e nella sostanza negata, col corollario del centralismo esasperato delle circolari ministeriali diramate a giorni alterni per stabilire anche le ore di veglia e di sonno di studenti e professori. Almeno sarebbe un’assunzione di responsabilità del governo nei tagli e nella riduzione del personale: si occuperebbe direttamente dei risparmi. Seconda soluzione: l’autonomia diviene una cosa seria e veramente attuata. Il valore legale del titolo di studio viene abolito. Le Università entrano in vera concorrenza ed hanno il governo reale e totale delle proprie attività e risorse. Intendo: definiscono una politica di sviluppo di medio/lungo periodo; governano la leva delle entrate, contributi studenteschi compresi, in relazione ai servizi dati, salvo ad essere obbligate a conferire borse di studio ai meritevoli a basso reddito; premiano o penalizzano i docenti nella busta paga in relazione alla produttività; riformano i propri statuti e si danno organi di gestione più efficienti. Un tempo, nell’Università, che era assolutamente pubblica, esistevano i premi di produttività scientifica. Erano poca cosa, ma nessuno si scandalizzava che venissero conferiti come segno di riconoscimento del lavoro svolto dal ricercatore meritevole. Dunque mi chiedo, perché mai chi non produce nulla da anni deve ricevere lo stipendio di chi dà un valido contributo alla ricerca? Al solito il principio sacrosanto della pari dignità della ricerca e dell’insegnamento, senza distinzione di ambito, viene sostituito il principio dell’uguaglianza imposta ai diversi: a parità di ruolo e di anzianità, lo stipendio deve essere uguale. Ma perché mai, se un ricercatore concorre all’avanzamento scientifico ed un altro ripete in aula quello che ha imparato vent’anni prima senza innovare? Perché una famiglia facoltosa che vuole fare formare il figlio in una Università di prestigio deve spendere come la famiglia che si accontenta di una Università di terza categoria. Sempre fatti salvi e garantiti meriti e capacità economica con adeguate borse di studio. Mi fermo qui. Ricordo solo, in conclusione, che anche se i politici di tutte le maggioranze che si sono susseguite nelle ultime legislature hanno pensato bene di moltiplicare le sedi universitarie, le Università che realmente producono ricerca, erogano formazione di alta qualità e garantiscono l’avanzamento scientifico e tecnologico del paese sono ben poche. Si contano sulle dita di due mani, al massimo di tre. E quasi sempre sono quelle in condizioni finanziarie peggiori perché hanno più personale e maggiori costi, anche per il semplice motivo che hanno fatto il loro mestiere. Ormai ancora una volta i buoi sono scappati dalla stalla e le Università che sono state create per grazia del potentato politico locale resteranno in piedi. Continueranno a dare formazione di scarsa qualità e a non produrre alcun prodotto scientifico degno di questo nome. Ma almeno cerchiamo di impedire che questo sistema, di uguaglianza imposta a chi uguale non è e di autonomia fasulla di chi autonomo non, non è finisca per uccidere chi il proprio mestiere lo fa egregiamente. Liberiamo finalmente le energie di chi ce l’ha ed è costretto in una gabbia assurda di vincoli e paletti. Se ci piace tanto guardarci attorno, in Europa ed oltre Atlantico, scopriamo la diffusione della regola banale che in tutti i paesi ci sono Università di tante categorie e che nessuno ha la pretesa di dire che sono tutte uguali e che debbono tutte essere sottoposte alle stesse regole. Si cresce e si diventa grandi non grazie ad un’uguaglianza imposta, quando non c’è, bensì nella pari dignità della riconosciuta diversità. Ognuno faccia il suo, in completa autonomia e poi cresca, se ci riesce, se è piccolo; si consolidi come Ateneo di prima grandezza, se ci riesce, se già lo è. Ma sapendo di potere usare tutte le leve della finanza, dell’innovazione, della ricerca e della formazione utili ai fini della crescita e mantenendo la consapevolezza che la funzione dell’Università è pubblica e risponde all’interesse generale del paese.